Artemisia Gentileschi

Oggi vorrei raccontarvi di Artemisia Gentileschi, una giovane pittrice che "non ha avuto vita facile" come si suol dire.
Artemisia Lomi Gentileschi nasce a Roma l'8 luglio 1593.
Artemisia rimane orfana di madre nel 1605. Fu probabilmente in questo periodo che si avvicinò alla pittura: stimolata dal talento del padre, la bambina spesso lo guardava affascinata mentre si cimentava con i pennelli, sino a maturare un'ammirazione incondizionata e un lodevole desiderio di emulazione.
Fu solo dopo l'approdo nella città di Roma che la sua pittura raggiunse il suo massimo valore espressivo, risentendo grandiosamente delle innovazioni del contemporaneo Caravaggio, dal quale derivò l'abitudine di adottare modelli reali dandogli anche una realistica drammaticità. La formazione della Gentileschi avvenne principalmente sotto la guida del padre, che fu perfettamente in grado di valorizzare al massimo il talento della figlia.
Alcuni critici del passato hanno persino avanzato l'ipotesi di una frequentazione diretta tra lei e Caravaggio, che spesso si recava nello studio di Orazio per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere. Molti, tuttavia, ritengono quest'eventualità sia poco probabile alla luce delle pressanti restrizioni paterne.
La pittura, all'epoca, era considerata una pratica quasi esclusivamente maschile, nonostante ciò la Gentileschi subì ugualmente il fascino della pittura caravaggesca, anche se filtrato attraverso le pitture del padre.
Morì a Napoli, tra il 1652 e il 1656.
Una triste parentesi
Questo suo innato talento per le belle arti fu motivo d'orgoglio e di vanto per il padre Orazio, che nel 1611 decise di affidarla ad Agostino Tassi, un maestro della prospettiva in trompe-l'œil. Gli eventi, tuttavia, presero una piega molto spiacevole. Tassi, infatti, dopo diversi approcci (tutti rifiutati); approfittando dell'assenza di Orazio, violentò Artemisia nel 1611. Questo tragico evento influenzò in modo drammatico la vita e l'iter artistico della Gentileschi. Lo stupro si consumò nell'abitazione dei Gentileschi, con l'aiuto di due complici: un suo amico e una vicina che faceva da vedetta.
Artemisia descrisse l'avvenimento con parole tremende:
«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, avendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne»
All'epoca, si pensava che la violenza sessuale ledesse una generica moralità, senza offendere principalmente la persona, nonostante questa venisse coartata nella sua libertà di decidere della propria vita sessuale.
Artemisia, quindi, cedette dunque alle lusinghe del Tassi e si comportò come una moglie, intrattenendo rapporti intimi con lui, nella speranza di un matrimonio che non arriverà mai. Fu solo nel marzo del 1612, quando Artemisia scoprì che Tassi era già coniugato, e quindi impossibilitato al matrimonio. Quando il padre della Gentileschi lo scoprì ribollì per l'indignazione e, nonostante i vincoli professionali che lo legavano al Tassi, indirizzò un'infuocata querela a Papa Paolo V per sporgere denuncia al suo perfido collega, accusandolo di aver deflorato la figlia contro la sua volontà.
Fu così che ebbe inizio la vicenda processuale. Per verificare la veridicità delle dichiarazioni rese, le autorità giudiziarie disposero persino che Gentileschi venisse sottoposta ad un interrogatorio sotto tortura, così da sveltire l'accertamento della verità. Il supplizio scelto per l'occasione era quello cosiddetto «della sibilla» e consisteva nel legare i pollici con delle cordicelle che, con l'azione di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi. Con questa drammatica tortura Artemisia avrebbe rischiato di perdere le dita per sempre, danno incalcolabile per una pittrice della sua levatura. Tuttavia LEI VOLEVA vedere riconosciuti i propri diritti e, nonostante i dolori che fu costretta a patire, non ritrattò la sua deposizione. Atroci furono le parole che rivolse ad Agostino Tassi quando le guardie le stavano avvolgendo le dita con le cordicelle: «Questo è l'anello che mi dai, e queste sono le promesse!».
Fu così che il 27 novembre 1612 le autorità giudiziarie condannarono Agostino Tassi per "sverginamento" e, oltre a infliggergli una sanzione pecuniaria, lo condannarono a cinque anni di reclusione o, in alternativa, all'esilio perpetuo da Roma.

Artemisia fece questo quadro per rappresentare il suo stato d'animo durante il processo, ma soprattutto della bestia che aveva dovuto "combattere".
Clicca qui, se vuoi sentire un breve podcast dello stupro e il punto di vista di Artemisia
Il ritratto di un Gonfaloniere
Adesso parleremo di un'opera tra le tante di Artemisia: "Il ritratto di un Gonfaloniere".

Questo quadro fu realizzato nel 1622 a Roma.
Il quadro ritrae un cavaliera che si mostra nella sua totalità sfoggiando la sua spada e, sul tavolo, un suo cimelio.
Si può notare che il soggetto non guarda nella "nostra" direzione ma bensì guarda altrove, inoltre lo sguardo mi trasmette malinconia e tristezza; quasi come se stesse chiedendo scusa, magari Artemisia ha provato a ritrarre in questo sguardo le scuse che non ha mai ricevuto da Tassi...

Artemisia ritrae più donne che uomini. Quest'opera e "Santi Procolo e Nicea", possiamo dire che sono praticamente le uniche opere che ritraggono uomini che non fanno avance o molestie alle donne dei suoi ritratti.

Comunque, tornando al nostro gonfaloniere; mi viene da pensare che quella di Artemisia potrebbe anche essere una provocazione alla giustizia: perché il gonfaloniere, dovrebbe essere un cavaliere, quindi qualcuno che fa giustizia, cosa che nel suo caso, purtroppo, non è successa (almeno non nel modo in cui sarebbe dovuta essere fatta).
Quindi si potrebbe dire che questo quadro, come quello prima citato (Giuditta che decapita Oloferne) è collegato al processo di Agostino Tassi.
Grazie e spero che anche questo mio punto di vista vi sia piaciuto.